Autore: Bret Easton Ellis
Data di pubblicazione: 2023
Casa Editrice: Einaudi
Giudizio complessivo: ❤️❤️❤️❤️❤️

Ci sono libri che si leggono e libri che si subiscono. Le Schegge appartiene a quella categoria rara e spaventosa di opere che non si limitano a raccontare una storia, ma ti sequestrano emotivamente.
Entrare in queste pagine è stato come scivolare in una piscina bellissima riempita di acqua gelida e torbida: una sensazione di stordimento costante, dove la bellezza formale della scrittura di Bret Easton Ellis nasconde un’atrocità che ti toglie il respiro.
L’ho finito e mi sono sentita svuotata, come se il libro avesse preteso una parte della mia stessa sostanza vitale per essere letto.
Tutto inizia in un’estate, nella Los Angeles del 1981. Il protagonista è un giovane Bret, uno studente della Buckley che vive in un mondo di privilegi assoluti, fatto di case di vetro, macchine costose e una libertà che somiglia pericolosamente all’abbandono. Ma la perfezione è solo una superficie pronta a incrinarsi. L’arrivo di un nuovo compagno di scuola, Robert Mallory, bello, ambiguo, indecifrabile, coincide con l’ombra sinistra del “Pescatore”, un killer che sta seminando l’orrore tra i ragazzi della zona.
Bret diventa l’unico testimone consapevole di un legame invisibile tra il male che bussa alla porta e il fascino oscuro di Robert, trascinandoci in una spirale dove la verità è l’ultima cosa che conta.
La prima cosa che mi ha travolto è stata la scrittura, un incantesimo lucido. Ellis scrive con una lucidità magnetica, quasi ipnotica. Le parole fluiscono sulla pagina con una naturalezza che contrasta violentemente con l’orrore di ciò che descrivono. È una prosa “vivida”, che ti fa sentire il calore del sole sulla pelle e l’odore della paranoia nell’aria. Anche quando indugia ossessivamente sul sesso o sull’abuso di droghe, momenti che ho trovato eccessivi, quasi respingenti, ho capito che quel rumore di fondo era necessario. Serviva a gridare la solitudine di una generazione di “ricchi” che annega nel piacere fisico per non dover affrontare il deserto emotivo che hanno dentro.
Ciò che fa più male è l’empatia che ho provato nei confronti dei personaggi, in particolare per Bret e Robert. Mi sono ritrovata legata a Bret da un filo invisibile: ho sentito la sua paura, la sua vulnerabilità, la sua disperata ricerca di un senso in un mondo che non ne ha. E poi c’è Robert. Ho provato per lui una pietà terribile, un’attrazione mista al terrore. Ellis è un maestro nel farti amare ciò da cui dovresti fuggire, rendendo il confine tra vittima e carnefice così sottile da diventare trasparente.
Chiudere questo libro non mi ha portato pace. Non c’è stata catarsi, non c’è stato un momento in cui ho potuto tirare un sospiro di sollievo. Mi è rimasto addosso solo il senso dell’abisso. Ho pianto, alla fine, non per la trama in sé, ma per quel senso di vuoto che le pagine mi hanno lasciato dentro. È la consapevolezza crudele che certe ferite non rimarginano, diventano solo “schegge” che si muovono sotto la pelle, continuando a tagliarti per sempre.
È un capolavoro atroce. Mi ha distrutta, eppure non riesco a smettere di pensarci.
Gabriella Di Crescenzo