Autore: Mikael Niemi
Anno di pubblicazione: 2017
Casa Editrice: Iperborea
Giudizio complessivo: ❤️❤️❤️❤️🤍 (4,5/5)

Quando un libro come “Cucinare un orso” ti entra sottopelle, non è più solo una questione di trama o di genere: diventa l’incontro con un’anima, in questo caso quella di Jussi.
Non fatevi ingannare dalla trama che lo presenta come un giallo storico nella Lapponia dell’Ottocento: sì, c’è un mistero, c’è un assassino e c’è un’indagine, ma il vero cuore pulsante di queste pagine è qualcosa di molto più fragile e potente, è la storia di come un essere umano impara a esistere.
Fin dalle prime pagine, sono rimasta folgorata dal personaggio di Jussi. Niemi ce lo presenta come un “niente”, un ragazzo Sami fuggitivo, maltrattato, che vive quasi come un animale tra i boschi, sporco di terra e di paura, un’anima nel fango. La sua è una solitudine che fa male fisicamente. Poi arriva il Pastore, Lars Levi Laestadius, e qui il libro mi ha davvero commosso: il Pastore non lo salva solo dalla fame, lo salva dal silenzio. Gli insegna a leggere e a scrivere, e nel farlo gli dona un’anima.
C’è una frase che mi è rimasta impressa nel diario e nel cuore: “Chi non ha parole non esiste”. Vedere Jussi che, attraverso l’inchiostro e la botanica, inizia a percepire i colori, i nomi dei fiori e, infine, la propria dignità di uomo, è un’esperienza di lettura trasformativa.
Niemi ha una scrittura incredibile, quasi “materica“. Mentre leggevo, sentivo l’odore del fango della Lapponia, il freddo pungente delle mattine boreali e il profumo dell’erba pressata nei vecchi erbari del Pastore. Non è la solita Scandinavia da cartolina, è un mondo sporco, febbricitante di fanatismo religioso e superstizione, dove la ragione cerca disperatamente di farsi strada con una lente d’ingrandimento.
Leggendolo, non ho potuto fare a meno di pensare a Il nome della rosa di Umberto Eco. Ritroviamo quella coppia iconica, il Maestro saggio e l’allievo che osserva, ma qui tutto è più viscerale. Se Guglielmo da Baskerville si muove tra i libri di una biblioteca, il Pastore di Niemi si muove tra le radici e il sangue. È un confronto tra la luce della logica e l’oscurità del pregiudizio umano, che spesso preferisce dare la colpa a un orso piuttosto che ammettere la propria ferocia.
Ho finito questo libro con un senso di malinconia mista a speranza. Mi ha toccato nel profondo il modo in cui Niemi racconta l’emarginazione: Jussi è l’eterno straniero, il “diverso” che viene accusato per primo solo perché non ha una voce per difendersi. È un romanzo brutale ma pieno di una tenerezza infinita, soprattutto nel finale (che non vi svelo, ma che mi ha lasciato senza fiato). Se cercate una storia che vi faccia riflettere sul peso delle parole e sulla bellezza della scoperta, perdetevi tra i boschi di Kengis insieme a Jussi, ne uscirete diversi, ve lo prometto.
Gabriella Di Crescenzo