Le Vergini suicide

Autore: Jeffrey Eugenides

Anno di pubblicazione: Prima pubblicazione e 1993

Casa Editrice: Mondadori Cult

Giudizio complessivo: ❤️❤️❤️❤️❤️

Ci sono libri che finisci e poi non riesci a smettere di pensarci. Non perché abbiano una trama che ti insegue, o un finale che ti lascia senza fiato, ma perché ti si attaccano addosso come un odore, come qualcosa che hai respirato senza accorgertene e che ora è dentro di te.

Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides è uno di questi. L’ho chiuso e per giorni ho continuato a vederle: Cecilia, Lux, Bonnie, Mary, Therese. Cinque ragazze in una casa del Michigan con le finestre sbarrate. Cinque ragazze che nessuno ha saputo davvero guardare.

Ve lo dico subito: questo non è un romanzo facile da amare. È un romanzo che fa male, che lascia un senso di colpa strano e difficile da nominare, come se, leggendolo, fossimo anche noi parte di quel coro di vicini che guardano, mormorano, e non fanno niente. E forse lo siamo.

La prima a morire è Cecilia, e il tragico epilogo di tutte le ragazze lo sappiamo sin dalle prime righe del libro. Cecilia ha tredici anni, è la più piccola. E la scena in cui viene trovata dai soccorritori, in vasca da bagno, dissanguata dopo il primo tentativo, con ancora in mano un’immaginetta della Vergine, è una di quelle che non si dimenticano. Non per la sua crudezza, ma per come Eugenides la racconta: con una precisione quasi clinica, filtrata dagli occhi di un gruppo di ragazzi del quartiere che la osservano dall’esterno, che non capiscono, che non capiranno mai.

Cecilia è il punto d’innesco di tutto. Dopo di lei, qualcosa si rompe nella famiglia Lisbon, nel quartiere, nell’aria stessa di quella estate del Michigan. E la cosa più straziante è che nessuno, nemmeno il medico che la visita in ospedale dopo il primo tentativo, riesce a fare la domanda giusta. Le chiede perché lo abbia fatto. Lei risponde: “Evidentemente non è mai stato una ragazzina di 13 anni”.

E lì, in quella risposta, c’è già tutto il romanzo.

Mentre le ragazze Lisbon si spengono lentamente, il quartiere attorno a loro si ammala di qualcosa di diverso ma ugualmente inesorabile. Gli olmi muoiono. Un parassita li sta distruggendo uno a uno, e il comune discute se abbatterli prima che il contagio si diffonda ulteriormente. I vicini si riuniscono, deliberano, rimandano. Gli alberi continuano a morire.

È  una delle metafore più potenti che abbia incontrato nella narrativa americana degli ultimi decenni, e Eugenides ha l’intelligenza di non sottolinearla mai esplicitamente. Gli olmi stanno lì, sullo sfondo, come una presenza muta. Quella suburbia del Michigan negli anni Settanta, con i suoi prati identici, i suoi barbecue domenicali, le sue automobili allineate, è un posto che esibisce la propria normalità proprio mentre decade dall’interno. È l’America dopo il Vietnam, dopo il Watergate, dopo la fine di un sogno collettivo. Un paese che non sa ancora come nominare la propria crisi, e allora la nasconde dietro i sorrisi di circostanza tra vicini che non si conoscono davvero.

Leggendo, ho pensato più volte a quanto questa dinamica sia universale. Gli alberi continuano a morire. Quante volte la normalità diventa un accordo tacito per non vedere?

Il cuore del romanzo è la sua voce narrante: un “noi” corale, un gruppo di uomini adulti che a vent’anni di distanza cercano ancora di capire le sorelle Lisbon. Raccolgono prove, fotografie rubate, diari strappati, testimonianze di seconda mano. Costruiscono un archivio dell’incomprensione. E più si avvicinano alle ragazze, più queste sfuggono. È una scelta narrativa di straordinaria onestà intellettuale. Eugenides non ci dà la chiave per interpretare le sorelle Lisbon, perché quella chiave non esiste, o comunque non appartiene a chi le guarda dall’esterno.

Il desiderio maschile di possedere, catalogare, spiegare si scontra con l’irriducibilità di cinque vite femminili che hanno scelto di non farsi definire. Il voyeurismo dei narratori diventa uno specchio scomodo: chi legge si ritrova a fare esattamente la stessa cosa, a guardare, a cercare di capire, a non riuscirci. E intorno a loro, la comunità. I vicini che portano casseruole di cibo. Il medico che fa le domande sbagliate. La signora Lisbon che, dopo la morte di Cecilia, invece di aprire le finestre le chiude, ritira le figlie da scuola, proibisce la musica, taglia ogni contatto con il mondo esterno. La sua non è cattiveria: è terrore. È il terrore di una donna che non ha gli strumenti per elaborare ciò che è accaduto, e che reagisce nell’unico modo che conosce: controllare. Isolare. Proteggere, credendo di farlo, fino a soffocare.

Vi ho detto all’inizio che questo libro ti si attacca addosso. Voglio provare a spiegare meglio cosa intendo. Non è solo che i personaggi restano nella memoria, è che il romanzo continua a lavorare dopo che l’hai chiuso. Ti ritrovi a pensarci mentre fai altro, a chiederti se hai capito qualcosa o se stai facendo la stessa cosa che fanno i narratori: guardare senza vedere davvero.

Eugenides ha scritto un libro che non ti lascia dalla parte giusta della storia. Non c’è un punto di osservazione sicuro, una posizione da cui giudicare con comodità. Sei sempre anche tu dentro quel quartiere, anche tu parte di quella comunità che ha mancato qualcosa di fondamentale. È una sensazione scomoda, e credo sia esattamente quella che l’autore voleva provocare.

Non è un libro sulla morte. È un libro su tutto ciò che una società costruisce, con cura, con buone intenzioni, con la migliore faccia possibile, per rendere certi silenzi impossibili da rompere. E su come poi quella stessa società si stupisca, e pianga, e non capisca niente.

Lo consiglio? Sì, senza esitazione. Ma preparatevi: non è una lettura che si lascia alle spalle facilmente. È una di quelle esperienze che cambiano leggermente il modo in cui guardate le cose, le comunità, le famiglie, il silenzio degli altri. E forse anche il vostro.

Gabriella Di Crescenzo